Le mura arcaiche di Valvisciolo

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Le mura arcaiche del monte Carbolino presso Valvisciolo.

Uno dei misteri non ancora chiariti della storia e dell’archeologia del Lazio, è l’abitato  arcaico sul monte Carbolino nei pressi di Valvisciolo a Sermoneta (LT). Si tratta di una serie di terrazzamenti a grandi blocchi disposti su un costone del monte da un altezza di 150 metri fino a 400 metri.

Nel dialetto locale queste strutture vengono chiamate “le Cento Murella” a indicare il numero cospicuo di resti di mura. La tecnica costruttiva è la cosidetta opera poligonale che consiste in una messa ad opera di grandi blocchi di pietra facendo coincidere, più o meno, i lati tra loro  senza l’uso di malta. La struttura costituiva il paramento il cui spazio con il terreno scosceso veniva riempito di scaglie di calcare, così da formare una sorta di terrazza. Infatti, oltre alle mura di cinta, con queste strutture si regolarizzavano le pendenze del terreno, creando degli spazi piani artificiali soprattutto all’interno delle città.

Questo tipo di tecnica muraria si trova in gran parte dell’Italia centrale e ci sono notevoli esempi a Norma (Norba), Segni, Cori, Sezze, Anagni, Alatri, Arpino etc.  Le mura in opera poligonale compaiono nel Lazio nel V sec. a.C. e vengono utilizzate almeno fino al III sec. a.C.

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La datazione

Nel caso delle mura di Valvisciolo non abbiamo una datazione precisa: tra il 1901 e il 1907 nella zona furono eseguiti degli scavi dall’archeologo Luigi Savignoni con i collaboratori Paribeni e Mengarelli e hanno in parte chiarito la questione. Al di sotto una delle mura fu rinvenuta una tomba dell’età del ferro databile al IX-VIII sec. a.C. che sicuramente è anteriore alla costruzione della struttura muraria.

Sempre nella stessa campagna fu rinvenuta una stipe votiva con materiale databile tra il IX e il VI sec. a.C. al disopra delle mura (anche se la posizione non viene chiarita, i stessi archeologi parlano di materiale confuso con il terreno arato). Quindi le mura potrebbero risalire al VII o VI sec a.C. e sarebbero le più antiche attestazioni nel Lazio di queste strutture.

Il mistero su cosa fosse, gli studi

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E qui casca il Giacobbo! Ci sono stati alcuni studi sull’insieme di queste mura: quasi tutti concordano che si tratti di un abitato. Oltre agli scavi di Savignoni e Mengarelli (pubblicati su Notizie Scavi) un altro studio approfondito è stato “L’abitato di Monte Carbolino” di Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli i quali hanno effettuato una ricognizione sull’area. I due archeologi hanno, inoltre, redatto una mappa molto dettagliata frutto anche di un rilevamento sul campo. Non potendo pubblicare la mappa potete, intanto, farvi un’idea dalla nostra restituzione ricavata da Google Earth fig. 3). Dalla posizione delle mura Quilici e Gigli hanno stabilito che fosse un abitato chiuso con diversi livelli di difesa e sulle quali erano insediate delle capanne. Ma su questa ipotesi ci sono ancora dei punti non chiariti: lo spazio ricavato dalle mura è troppo esiguo per costruire una capanna; le mura risultano avere un andamento inclinato ravvisabile dalla posizione rispetto alle curve di livello; non è chiara la “chiusura” dell’abitato.

Altre ipotesi

Qual’è la funzione, quindi, di questo notevole insieme di mura? Se ci fosse lui, Giacobbo, gia ci avrebbe dato la soluzione… “perchè questa forma a V? Non sarà forse un segnale per far atterrare i Visitors?”. Chi vi scrive ha avuto la possibilità, alla fine degli anni novanta, di fare una ricognizione nell’ambito di studi compiuti dal Dipartimento di Topografia Antica dell’Università “La Sapienza” di Roma. L’errore degli altri studi, a mio avviso, è stata la limitata ricognizione dell’area (gia comunque molto estesa). Questo sistema murario va visto nella relazione tra il monte Carbolino e l’area sottostante di Caracupa. Gli scavi di Savignoni e Mengarelli hanno interessato anche la grande necropoli di Caracupa che ha restituito numerose tombe dell’età del ferro (IX-VII sec. a.C.). Questi rinvenimenti fanno pensare un sistema insediativo molto complesso, siamo in una fase in cui ancora non si è compiuto nel Lazio un sistema urbano. Si trattava forse di villaggi sparsi, probabilmente con tante capanne. Salendo sul monte Carbolino verso la piana del monte Corvino si possono ancora scorgere nella boscaglia delle platee in opera poligonale di circa m. 4×4 che verosimilmente erano basi per abitazioni. Questi erano abitati legati tra loro dalla complessa viabilità antica dei monti Lepini e connessi all’attività di pascolo, punto centrale dell’economia di queste popolazioni.

La strada e la transumanza

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L’ipotesi suggerita, quindi, dalle mie ricognizioni fu che si trattasse di una strada che collegasse i pascoli di pianura con gli altipiani del monte Corvino e di Bassiano. Una strada che per l’importanza delle attività di pascolo fu fortificata anche per avere un controllo a difesa del territorio. La possibiltà di passare, quotidianemente dalla pianura alla montagna era di vitale importanza per organizzare una transumanza breve. L’andamento a zig-zag e l’inclinazione delle mura suggeriscono questa ipotesi. Siamo nel VI sec.  a.C.  e nel Lazio ci sono tanti sconvolgimenti: la fine dell’età regia; la minaccia cartaginese; l’affacciarsi dei volsci; l’espansione di Roma.

La fine e l’inizio

Per questi pastori che, vogliamo pensare, avevano vissuto in pace per qualche millennio, arrivarono guerre e patimenti. Si rifugiarono su alture sempre più arroccate e nacquero così le città fortificate del Lazio. Nel V secolo la fase urbana era compiuta: le città avevano una cinta chiusa, porte, strade, piazze ed edifici. Vicino Valvisciolo nel 492 a.C nacque Norba e forse, come dice Stefania Quilici, la neonata città accolse e concentrò la popolazione nel perimetro delle proprie mura. Il ricordo di questa storia non si perse, se vogliamo credere al celebre passo della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio: “in prima regione praeterea fuere: in Latio clara oppida, Satricum, Pometia […] Norbe, Sulmo“. Norba e Sulmo citate alla fine di questo lungo elenco delle città scompare del Latium Vetus, quasi fossero accomunate dallo stesso destino e vicine tra loro. Ma la localizzazione di Sulmo non è stata mai data per certa, qualche studioso ha cercato di dare un criterio alla descrizione di Plinio, tentativi di ipotesi che però ancora non convincono.

Foto “exit-level” Mauro D’Addia

 

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